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Età Archeologiche

 
 
 

Età Romana - Età republicana ed imperiale

    Periodo: da I sec. a.C. - a III sec. d.C.
     
 
Età republicana ed imperiale
 
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ETÀ ROMANA ( I sec. a C.-III sec. d.C.)

Con l’età augustea si conclude la romanizzazione dell’Italia settentrionale. L’area nordorientale, oltre ad aver favorito tale processo, mantiene un alto livello economico, sociale ed artistico, che in città come Aquileia, Cremona, Brescia, Verona ecc. continua a manifestarsi anche in epoca imperiale. Brescia, divenuta colonia civica augusta (“colonia di cittadini [romani] fondata da Augusto) tra il 27 e l’8 a.C, testimonia il suo essere città fiorente attraverso le evidenze architettoniche, sia pubbliche che private, e il consistente numero di epigrafi, inferiore  solo a quello di Aquileia.
La prima età imperiale rappresenta per l’intera Cisalpina un momento di intenso sviluppo commerciale ed economico, probabilmente favorito - almeno nella fase iniziale - dall’arrivo di capitali da Roma e da privilegi fiscali. A prevalere sono soprattutto i prodotti adriatici, con Cremona che assume un ruolo di primaria importanza nello smercio di tali prodotti. Simultaneamente i manufatti realizzati nelle officine centropadane (oggetti d’uso e vasellame) raggiungono i mercati norici e della Pannonia.
Con la morte di Nerone, e le conseguenti lotte per la successione, molti centri subiscono danneggiamenti e distruzioni, cui pone rimedio l’imperatore Vespasiano (69-79 d.C.). Grazie all’iniziativa imperiale Brescia rinnova il nucleo monumentale più rilevante della città, gravitante attorno al foro. Ulteriori modifiche sono apportate in età severiana (fine II inizio III secolo).
Nelle campagne, accanto a vici e ville, compare un alto numero di edifici rurali isolati, situati anche in aree non centuriate. Le ville sono legate per lo più ad attività agricole, mentre i vici, centri di media e piccola dimensione posti principalmente lungo importanti vie di comunicazione, oltre ad essere stazioni di sosta ospitano mercati e manifatture artigiane.
Il III secolo d.C. si caratterizza per mutamenti di carattere economico e instabilità politica, in parte dovuta alle incursioni di popoli germanici che, superato il limes (il confine parzialmente fortificato posta a difesa dei territori dell’Impero) a più riprese raggiungono l’Italia centro-settentrionale. Nella pianura padana orientale, a fronte di una relativa tenuta di alcune aree, si registra una considerevole rarefazione degli insediamenti rurali. Molte ville vengono abbandonate o distrutte - come nel caso della villa di Sirmione e di Pontevico, incendiate verso la fine del secolo - mentre per altre è segnalata una continuità insediativa non sempre accompagnata da continuità funzionale.


Abbigliamento 

Nonostante le leggi suntuarie ne limitino l’uso, la passione dei Romani per gli ornamenta in oro, le gemme e le vesti preziose va progressivamente aumentando, di pari passo con lo sviluppo di un’oreficeria che, pur progredendo da modelli precedenti (principalmente etruschi ed ellenistici), mostra esiti autonomi già a partire dal I sec. a C.  Gli autori latini, nel descrivere i monili portati dalle donne romane,  non senza biasimo ricordano corone gemmate, cuffie intessute d’oro, spilloni per capelli, orecchini di perle, collane, bracciali a forma di serpe (portati ai polsi e alle braccia), armille per caviglie. Certe parure costituiscono dei veri e propri patrimoni, come nel caso dei gioielli indossati durante un banchetto dalla moglie di Caligola, del valore di 40 milioni di sesterzi.
Decisamente più limitato, l’ornamento degli uomini comprende anelli, infilati sulla mano sinistra, armille, fibule. In età repubblicana l’anello d’oro, portato singolarmente, era riservato ai soli senatori, mentre in età imperiale si diffonde, quale segno di distinzione sociale, presso tutte le classi agiate. Le fonti parlano di più anelli infilati sullo stesso dito (fino a sei) e di anelli fatti indossare ad adolescenti.
Tra i centri dell’Italia settentrionale sicuramente attivi nel campo della realizzazione di oggetti preziosi si segnala Aquileia. Caratteristiche delle produzioni aquileiesi sono le gemme incise e le ambre (la città è posta al termine della cosiddetta “via dell’ambra”). Da quest’ultimo materiale, nonché dal quarzo ialino, proveniente dalle regioni alpine, si ricavano anelli e collane, cui si assegnano valenze magiche e apotropaiche. Anelli in ambra realizzati ad Aquileia sono attestati anche nelle vallate alpine più interne.
Oltre a questi ornamenti, dai territori norditalici provengono aghi crinali; orecchini; fibule; anelli d’oro e d’argento; collane in metallo prezioso, provviste in alcuni casi di monete d’oro o di lunula (pendenti con crescente lunare), o formate da vaghi di pasta vitrea. 
Le fibule, utilizzate sia dagli uomini che dalle donne, ancora in età imperiale mostrano tipologie di derivazione celtica (fibule “ a scorpione”, “a delta” ecc.). Tipicamente romano, e come tale ritenuto sintomo di avvenuta assimilazione, è invece il tipo Aucissa, un probabile prodotto cislapino molto diffuso in età augosteo-tiberiana ma utilizzato nelle vallate alpine fino al II secolo d.C. Caratteristico dell’Italia settentrionale, e in particolar modo delle aree alpine, è il tipo “a tenaglia”, prodotto a partire dal II secolo d.C. e ancora in uso in età tardoantica. Col III secolo d.C. va diffondendosi la fibula a croce latina, di origine danubiana, realizzato in bronzo, argento e oro. Un esemplare in oro, provvisto di piccole sfere sull’arco e la staffa, era presente nel tesoro di Parma, occultato nella seconda metà del III d.C. L’insieme, costituito da monete e gioielli, comprende pezzi con lavorazioni tipiche dell’oreficeria tarda: una collana con moneta di Gallieno entro cornice e un anello d’oro con gemma incisa in opus interrasile (tecnica con la quale si intaglia il metallo per ottenere effetti di traforo). 


L’equipaggiamento militare

La cintura (cingulum) costituisce un importante elemento dell’abbigliamento militare: il solo indossarla è segno di appartenenza all’esercito. Decorata con placche metalliche e provvista tra I e II secolo di una sorta di grembiule formato da fasce in cuoio ornate da borchie, serve per appendere il pugnale e la spada, portata sulla destra sia dai cavalieri che dai legionari. Si assegnano all’ambito militare pure le fibule a croce latina tipo Pröttel 1 e le “Ringfibeln” (fibule ad anello), entrambe prodotte a partire dagli ultimi decenni del III secolo d.C. e particolarmente diffuse nell’area friulana.
Tra I e III secolo l’armamento offensivo e difensivo dei legionari comprende la spada corta (gladius), il pugnale, il pilum (un giavellotto con lunga punta in ferro), l’elmo, la corazza e lo scudo, di forma ovale o rettangolare.
All’inizio del I secolo d.C. il modello più comune di gladius è il tipo “Mainz”, caratterizzato da lama con punta molto lunga. Successivamente si afferma il tipo “Pompei”, provvista di punta più corta , mentre dalla fine del II secolo fa la sua comparsa il tipo con codolo terminante ad anello.
Anche gli elmi sono sottoposti a modifiche sostanziali: dai tipi Coolus, gallici e italico-imperiali, con calotta e coprinuca realizzati in un solo pezzo e ampie paragnatidi mobili, si giunge nel corso del III secolo d.C. ad elmi costituiti da più elementi assemblati (il tipo “Intercisa” presenta calotta formata da due sezioni distinte, raccordate al centro da una cresta).
Le corazze sono in maglia di ferro o a squame (lorica squamata). Caratteristica dei primi secoli dell’Impero è tuttavia la corazza segmentata, formata da una serie di lamine di ferro unite da fermagli in lega di rame. 
L’equipaggiamento della cavalleria differisce da quello dei legionari. Gli elmi coprono per intero le orecchie e possono avere calotte decorate con capelli stilizzati, se non dei capelli veri e propri o del pelo di animale. Negli esemplari da parata, realizzati anche in argento, il volto è coperto da maschere, non di rado riproducenti fattezze femminili. Diverso è pure il tipo di armamento: la spada è molto più lunga e sottile, mentre tra i tipi di lancia figura il contus, lungo fino a m 3,65,segnalato a partire dal II secolo d.C.


I luoghi di culto.

I luoghi di culto romani attingono a tradizioni culturali differenti. Gli edifici templari più antichi si ricollegano a quelli etrusco-italici, realizzati con materiali deperibili e dotati di decorazioni in terracotta. A partire dal II secolo a.C. vengono costruiti con materiali lapidei i primi templi di tipo ellenistico. Le costruzioni d’età imperiale mostrano modalità costruttive alquanto diversificate. L’apporto di nuove scoperte tecniche permette la realizzazione di edifici quali il Pantheon, di forma circolare e sormontato da una grande cupola a cassettoni (sia il diametro del vano che l’altezza massima della cupola misurano m 43,20).
A Brescia durante il principato di Vespasiano nell’area del foro si edifica il Capitolium, un tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva (la Triade capitolina) che sostituisce il precedente santuario d’età repubblicana. La costruzione, affiancata da due ali porticate e accessibile dal decumanus maximus tramite due rampe di scale, è costituta da tre celle separate da intercapedini. Sulla parete di fondo dei tre ambienti è collocato un podio con la statua di culto. Il timpano del pronao, posto in corrispondenza della cella centrale - più ampia rispetto alle altre due -  oltre al nome dell’imperatore riporta l’anno di realizzazione dell’edificio (73 d.C.).
Il santuario di Minerva a Breno, in Valcamonica, situato in prossimità di un’ansa del fiume Oglio e di grotte naturali percorse in passato da sorgive, si compone di più celle, in una delle quali, mosaicata e con pareti affrescate, entro una nicchia era situata la statua cultuale. L’epoca di realizzazione si colloca nella prima metà del I secolo d. C., è  tuttavia preceduto da un altare all’aperto, probabilmente legato al culto indigeno delle acque, frequentato dal V sec. a.C. all’età augustea.
La presenza a Brescia e in territorio bresciano di diverse testimonianze epigrafiche con dedica alle Matrones o Iunones, divinità di tradizione celtica, attesta l’esistenza di luoghi di culto ad esse consacrati. Mancando evidenze architettoniche associate a tale culto non si esclude che per esigenze rituali alle costruzioni in muratura si preferiscano determinati ambienti naturali.
Al culto domestico di divinità protettrici della casa e di altre divinità, comprese quelle orientali, sono riservati degli spazi interni alle abitazioni, i larari, strutturati secondo le tipologie essenziali  dell’edicola dipinta e del piccolo edificio templare; quest’ultimo presente nelle residenze aristocratiche. Le immagini delle divinità sono dipinte oppure riprodotte in metallo, anche prezioso, marmo, legno e terracotta.  In alcune domus si trovano dei larari ornati con opere d’arte prestigiose; ricorda infatti Cicerone che nel sacello privato di un certo Heius accanto a un’antica immagine lignea comparivano un Eros di Prassitele e un Eracle di Mirone.


La città

Le città fondate dai Romani prevedono in genere uno schema urbanistico caratterizzato dall’incrocio ortogonale delle vie principali in corrispondenza del foro. Tipica di molti centri urbani è inoltre la compresenza dei grandi edifici di spettacolo, il teatro e l’anfiteatro, quest’ultimo spesso collocato in aree extraurbane.
Il foro in un primo momento svolge solamente funzioni commerciali, ma col tempo diviene il punto in cui si concentrano alcuni dei più importanti edifici pubblici della città, ovvero la basilica, utilizzata per le contrattazioni commerciali e come luogo di giustizia, e il Capitolium. Nei pressi del foro di Brescia, oltre alla basilica e al Capitolium, si collocano il teatro e un edificio termale, tutti edifici ristrutturati o costruiti in età flavia. Per il teatro è stata riconosciuta una fase d’età severiana, cui si assegnano diversi rilievi architettonici figurati.
Quanto alle mura, va rilavato che i centri urbani dell’Italia settentrionale si dotano di cinte difensive già a partire dall’età repubblicana. Il periodo di prosperità e di relativa pace che caratterizza i primi secoli dell’Impero fa sì che all’esterno delle mura si sviluppino quartieri con connotazioni urbane (le mura non sono un limite invalicabile per una città in espansione); in città come Rimini ampi tratti delle cortine vengono addirittura demoliti. 
Nel corso del III secolo molti circuiti murari, compreso quello della stessa Roma, a causa  dell’instabilità politica creatasi a seguito di lotte interne e delle scorrerie dei popoli barbarici, vengono potenziati o allargati fino comprendere i quartieri esterni  e gli edifici di spettacolo.


L’edilizia residenziale

Le città romane si caratterizzano per la presenza delle domus, le residenze delle famiglie abbienti, e delle insulae, riservate alle classi medie e inferiori.
Le domus, sviluppate su uno o due livelli, occupano spazi anche rilevanti. Sono chiuse verso l’esterno e prevedono una serie di ambienti a destinazione fissa articolati intorno all’atrium (ambiente centrale privo di copertura) e al peristilium ( cortile colonnato).
Le insulae, già presenti a Roma verso il IV secolo a.C. (sorgono per ospitare la crescente popolazione dell’Urbe), sono costruzioni collettive a più piani costituite da ambienti aperti, con finestre e balconi, verso la strada. Il piano terreno è occupato da tabernae ( botteghe) o da abitazioni signorili, anch’esse denominate domus, mentre ai piani superiori di dispongono gli appartamenti (cenacula), privi di acqua corrente, servizi igienici e riscaldamento. Nel corso del tempo le insulae tendono a diventare sempre più alte, tanto che in età augustea si stabilisce che raggiungano i 21 metri, corrispondenti a 5-6 piani, ridotte ulteriormente a 18 metri (5-6 piani) sotto Traiano.
A Brescia le domus più antiche sono del tipo “ad atrio” , mentre il peristilio compare alla fine del I secolo d. C. Gli interni sono decorati con mosaici e affreschi; le limitate dimensioni di questi ultimi fanno ipotizzare la presenza di vani poco sviluppati in altezza. Di notevole rilevanza sono le domus rintracciate al di sotto delle strutture del monastero di S. Giulia, caratterizzate da peristili lastricati disposti su più livelli, mosaici e ricche decorazioni ad affresco. A fare da fondo al grande peristilio della domus C, estesa nel II sec d.C. su larga parte dell’isolato (doveva superare i 1000 m quadrati),  è un ninfeo a nicchioni. Un ambiente situato poco più a sud, provvisto di una vasca rivestita di marmo, probabilmente svolgeva funzioni cultuali  (nella nicchia aperta nel perimetrale nord era forse posta la statua di una divinità femminile, rinvenuta frammentaria nel corso degli scavi). All’esterno della cinta muraria si attestano abitazioni signorili dotate di pavimenti musivi anche figurati (domus di S. Rocchino).


Le ville

L’aristocrazia romana oltre alle domus urbane possedeva delle residenze in campagna, le ville. Costituite da un parte produttiva (pars rustica) e da una parte residenziale (pars urbana) sorgono a partire dal II sec. a.C. Grazie alla disponibilità di spazio già in età repubblicana abbandonano la semplice struttura dei primi impianti, trasformandosi in costruzioni sempre più complesse, articolate in nuclei distinti e impreziosite da mosaici, rivestimenti pregiati, affreschi, stucchi, opere d’arte. 
Un carattere prevalentemente residenziale è assegnato alla villa di Sirmione denominata “Grotte di Catullo”, a pianta rettangolare e realizzata  su tre livelli differenti per conformarne le strutture all’andamento del terreno(si estendeva per 20.000 metri quadrati).
Altre ville dell’area gardesana, quali quelle di Desenzano, Monzambano e Padenghe, sembrano invece porsi al centro di grandi aziende agricole.
La villa di Desenzano nella fase di I secolo d.C. comprendeva alcuni vani ad ipocausto, ambienti con mosaici geometrici in bianco e nero e affreschi, un ampio vano con pavimento laterizio in opus spicatum, interpretato come torcular  per la spremitura delle olive o dell’uva. Dell’apparato decorativo facevano parte una serie di sculture, datate entro la metà del II secolo d.C., ispirate a modelli di età classica ed ellenistica.


Cultura materiale

La completa romanizzazione dell’Italia settentrionale comporta sostanziali variazioni nell’ambito delle produzioni realizzate localmente.  L’apparato decorativo dei materiali fittili d’uso comune si semplifica, le ceramiche da fuoco vengono modellate soprattutto al tornio, fanno la loro comparsa i mortaria di tradizione centroitalica o si affermano forme quali le olpi (contenitori per liquidi con collo sviluppato e ansa)  e i tegami, precedentemente poco attestati. A prevalere sono soprattutto le olle e le olpi, mentre i recipienti da mensa e potori sono costituiti per lo più da ceramiche a pareti sottili, sigillate e ceramiche tipo Aco e Sarius.
Scarsi in area lombarda i ritrovamenti di ceramica invetriata altoimperiale, concentrati soprattutto nel Pavese. Le forme documentate sono le anforette, le olpi, le ollette, le coppe ansate, gli skyphoi (tazza subcilindrica con anse ad anello e piastrine sagomate sopra le anse), i calici, gli aksoi (recipienti a forma di animale). Gli esemplari con decorazioni a matrice, spesso imitanti le argenterie ellenistiche, sono considerati di provenienza orientale. Le produzioni locali presentano fattura meno accurata e motivi ornamentali ispirati a quelli della ceramica a pareti sottili.
Tra i prodotti da fuoco, a partire dal I secolo d.C si affermano le pentole in pietra ollare, realizzate principalmente in talcoscisti e scavate a mano. Le maggiori concentrazioni si riscontrano nelle zone di produzione – le Alpi centro-occidentali – con attestazioni fino alla Lombardia orientale e al Trentino.
Gli scambi commerciali con le regioni mediterranee dell’Impero sono testimoniati dalla presenza di anfore da olio, vino e garum (una salsa di pesce molto apprezzata nel mondo romano). Ampiamente diffuse in ambito padano sono i tipi Dressel 6A, 6B, caratteristici della prima età imperiale.  Accanto a questi contenitori, di produzione nord italica/adriatica e istriana, i contesti bresciani restituiscono anfore egee (tipi Camulodunum 184, Dressel 43/Cretose 4, ecc.), africane (Africano I e II, anfore vinarie nubiane) e ispaniche.
Come in età tardorepubblicana anche in età altoimperiale continuano le importazioni di vasellame bronzeo dall’Italia centro-meridionale. Si tratta di recipienti legati al consumo del vino che, pur con continue reintegrazioni, sono utilizzati per lunghissimo tempo (tra i materiali tardoantichi-altomedeivali recuperati in un pozzo emiliano figura un’anforetta del I secolo d.C.). Nel II e III secolo si attestano situle, secchielli e brocche di provenienza orientale e settentrionale. Prodotto in area renana è un secchiello esagonale in bronzo decorato con smalti millefiori rinvenuto nella necropoli bresciana del Forcello. Ad officine cisalpine operanti tra la fine del II e la metà  del III secolo si assegna l’elaborazione di tue tipi di brocche in lamina a fondo carenato, una con ventre convesso, l’altra con ventre troncoconico, rintracciati anche al di fuori dai confini italiani.
Tra gli oggetti realizzati in metallo prezioso è da ricordare il complesso di argenti del II e III secolo d.C scoperto presso la necropoli Lovere (BG). Costituito da una coppa con scena di pesca, da un piatto a tesa, da una casseruola e da una coppetta emisferica, faceva forse parte di un tesoro occultato nella seconda metà del III secolo d.C.
Le produzioni vitree d’ambito settentrionale, soprattutto ampolle e balsamari, si affermano a partire dalla piena età augustea. Il moltiplicarsi delle officine vetrarie, legate all’iniziativa privata o a quella imperiale, si deve all’affermazione della tecnica del vetro soffiato. Il centro più importante risulta essere Aquileia, cui si assegnano i “vetri mosaici”, di lavorazione più complessa. Data l’abbondanza di vetri nelle necropoli del Bresciano (tra le forme si segnala un olpe a bocca larga esemplato su modelli ceramici diffusi nell’area) non si esclude l’esistenza di officine in grado di soddisfare il mercato locale. Dalla fine del II secolo d.C. le importazioni provinciali soppiantano i prodotti italici. Caratteristici di officine renane attive soprattutto tra III e IV secolo d.C., ma anche di atelier localizzati in altre zone dell’Impero, sono i vetri incisi (coppe, bottiglie, piatti), rinvenuti in gran numero nell’area del Capitolium di Brescia.
L’arredo delle case romane si caratterizza per essenzialità e funzionalità. I mobili, realizzati in legno, marmo e bronzo, comprendono tavolini, tavoli, panche, sgabelli, sedie, armadi, letti. Questi ultimi, destinati al sonno (lectus cubicularius) e al pasto comune (lectus convivialis), sono provvisti di parti ornamentali in bronzo, avorio o osso (un fulcrum bronzeo – ovvero la parte terminale di un letto o di una sedia -  è stato rinvenuto in via G.  Rosa a Brescia). L’illuminazione è garantita dall’uso di lucerne, fittili e bronzee, alcune delle quali – le lucerne realizzate tra l’età augustea e il II secolo d.C. nella officina di Fortis, per esempio - fabbricate in ambito padano. 

 

Le sepolture

Le necropoli romane si estendono lungo le vie d’accesso alla città, alternando sepolture monumentali ed edicole funerarie, singole o raggruppate in recinti funerari,  ad aree con tombe prive di segnacolo.
Nella prima età imperiale in tutta la Cisalpina sono attestate modalità di sepoltura testimonianti la completa romanizzazione delle popolazioni locali: già dal I sec. d.C si diffondono i monumenti a dado con colonnati e statue, precedentemente esclusivi della sola area orientale (Aquileia Altino, Este), mentre tra i corredi funebri compaiono solo oggetti d’uso di tradizione romana. Presso i gruppi rurali scompare la tradizione di seppellire gli uomini con le proprie armi, sostituite da strumenti di lavoro, indice di una probabile subalternizzazione dell’intera comunità.
Il rito dell’incinerazione progressivamente viene sostituito dall’inumazione, esclusiva in alcune necropoli gia a partire dal III secolo d.C.
Le necropoli suburbane di Brescia si localizzano principalmente lungo le vie che portano a Cremona e Verona, con i monumenti funerari più importanti che sembrano collocarsi nelle aree più prossime alla città (strutture ancora in situ ed elementi lapidei sporadici o reimpiegati in costruzioni successive sono stati rinvenuti in via Spalti San Marco, via Cremona, via Mantova).  Tra i corredi si segnala la presenza di molto materiale vitreo, ceramiche, lucerne, strigili, strumenti chirurgici, oggetti d’ornamento ecc. Determinati oggetti ritrovati all’esterno delle sepolture sono connessi a riti effettuati al momento della sepoltura, così come è da collegare a riti funebri il rinvenimento di balsamari vitrei. Le pratiche funerarie attestate sono l’incinerazione e l’inumazione.
                                                          
L’ incinerazione, in uso soprattutto nel  I sec. d.C., prevede sia l’incinerazione diretta che quella indiretta. La prima è effettuata sul luogo della sepoltura, mentre la seconda presuppone l’esistenza di un ustrinum (spazio adibito alla cremazione dei defunti). I corredi per lo più si rinvengono non deformati, sono quindi deposti dopo il rogo funebre. Nelle necropoli di S. Faustino e di via Bencense è stato segnalato l’utilizzo di barelle lignee e di letti funerari  con elementi in argento. I resti del rogo vengono raccolti entro urne di vetro e terracotta, deposte in fosse o in casette di pietra, oppure in contenitori in materiali deperibili, se non nella nuda terra. 
Le inumazioni, attestate a partire dal II secolo d.C.,  utilizzano sarcofagi in pietra o piombo, casse di laterizi con nicchie laterali, tombe alla cappuccina . La presenza tra II e III secolo di sarcofagi in marmo di produzione attica testimonia di un élite facoltosa e colta, con ruoli preminenti all’interno della società bresciana.

(Testo e illustr. di D.V.)

   
     
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