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Anno 2000

GHEDI (BS) - Parrocchiale di S.Maria Assunta


Scavo nell'area della parrocchiale di S.Maria Assunta

Che il sito del castello di Ghedi, posto al centro dell'abitato storico, e in particolare la zona della chiesa parrocchiale fossero un'area di sicuro interesse archeologico non è cosa nuova.
Sporadici rinvenimenti di materiali d'età romana avvenuti nella prima metà del secolo scorso, la scoperta nel 1984 di sepolture del cimitero alto medievale sotto la sede del Comune e la sopravvivenza in alzato di parte delle absidi e del campanile della chiesa vecchia, demolita nel 1600, lasciavano infatti intuire una vicenda insediativa ben anteriore al rifacimento delle difese del castello iniziata sotto il dominio di Venezia nel 1437 e ancora in corso nel 1463.
Le scarse fonti scritte edite o note attestavano peraltro l'esistenza fin dall' 843 di un "vicus Gide" che nel 1319, ma sicuramente anche prima, era dotato di un castrum cioè di un nucleo fortificato ben distinto dai borghi circostanti nei quali risiedeva normalmente la popolazione.
L'assenza di livelli archeologici precedenti l'età rinascimentale - verificata nel 1988 da sondaggi eseguiti nella piazza antistante le vecchie scuole elementari e all'incrocio delle vie Trento e Marconi - faceva infine ipotizzare che quest'area fosse stata inclusa nella cinta muraria solo nel XV secolo e che di conseguenza il castello medievale fosse circoscritto alla zona gravitante attorno alla chiesa parrocchiale, posta a oriente di via Trento.
È chiaro che con la scorta di dati tanto esigui una soddisfacente ricostruzione delle vicende insediative del cuore dell'abitato antico appariva pura utopia. Ne era ben consapevole la storiografia locale che già vent’anni addietro indicava in un indagine archeologica estensiva, da eseguirsi alla prima buona occasione nell’area della parrocchiale e degli spazzi circostanti, il presupposto per un decisivo progresso delle conoscenze.
Grazie alla sensibilità culturale e al determinante concorso finanziario della Parrocchia e del Comune, con i quali la Soprintendenza, coadiuvata dal Gruppo Archeologico di Ghedi, ha potuto instaurare fin dal primo momento una collaborazione fattiva e cordiale, l'occasione auspicata è stata colta e nel modo migliore. Agli impegnativi lavori di restauro della parrocchiale barocca e al riassetto degli spazi pubblici circostanti si è infatti accompagnata, ed è tuttora in corso, una estesa e fruttuosa campagna archeologica.
Lo scavo iniziato nel 1999 nella zona absidale della parrocchiale, esteso l'anno successivo alla grande navata e quindi allargato alla piazzetta compresa fra la chiesa e il palazzo comunale, ha infatti rinvenuto e documentato una fitta stratificazione di strutture murarie e di livelli archeologici che non solo testimonia una lunga e intricata vicenda di trasformazioni degli edifici ecclesiali ma apre anche la via ad una nuova lettura dell'evoluzione del castello medievale.

Fase 1

La fase più antica del luogo di culto è rappresentata nella parte E della piazza da un muro orientato EW, affiancato a S da un altro muro curvilineo e nella parte occidentale da un distinto edificio, forse a pianta quadrata di m 8 di lato con lesene esterne, del quale si conservano tre lati, a ridosso del quale è stata rinvenuta una sepoltura alla cappuccina.
In questi resti sono plausibilmente riconoscibili la chiesa primitiva e, per ubicazione e caratteristiche strutturali, un battistero a pianta centrale. La fondazione di entrambi gli edifici, nella totale assenza di reperti, oscilla tra il V secolo d.c. e i primi secoli dell' altomedioevo.
In ogni caso l'esistenza di una chiesa battesimale in epoca certo assai alta rivela l'importanza del vicus di Ghedi nel quadro della cristianizzazione della campagna bresciana fra tarda antichità e prima età longobarda e lascia inoltre supporre che la nascita dell'organismo plebano - documentato dalle fonti scritte solo nell'ultimo trentennio del XIII secolo - risalga, come nella vicina Leno, almeno all'altomedioevo.

Fase 2

A questo momento di trapasso istituzionale da chiesa battesimale a pieve, si è tentati di attribuire la completa ricostruzione delle strutture ecclesiali, ben documentata dallo scavo archeologico, che potrebbe tuttavia essere avvenuta anche in due momenti successivi.
Sui resti dei precedenti edifici rasi al suolo furono costruiti, mantenendone quasi esattamente orientamento e disposizione, una nuova chiesa larga 18 metri, della quale sopravvivono tratti delle robuste fondazioni di facciata e dei perimetrali N e S, e circa lO metri più a W di essa un battistero ad aula rettangolare con abside semicircolare, nel quale sono stati rinvenuti il plinto di fondazione dell’altare e il pozzetto circolare in frammenti di tegoloni sottostante la vasca battesimale, rispettivamente situati nell'abside e al centro dell'ambiente.
Un modesto saggio di scavo condotto nel prato a SE della parrocchiale permetterebbe di completare senz'altro la pianta di questa seconda chiesa, della quale non conosciamo ancora la lunghezza e soprattutto la sagoma della terminazione absidale, le cui caratteristiche strutturali potrebbero costituire un elemento di datazione dell'intero impianto.
Alcuni circoscritti sondaggi eseguiti fino al terreno sterile all'interno della parrocchiale hanno accertato che immediatamente a settentrione della chiesa si estendeva un'area di intensa frequentazione, rappresentata da una potente stratificazione di riporti di terreno e piani di calpestio con buche di palo che possono essere riferite ad edifici in legno (una situazione sostanzialmente identica è stata riconosciuta anni addietro nell'area della parrocchiale di S. Lorenzo nel vicino centro di Manerbio, vedi NSAL 1991, pp. 37-38). I livelli più profondi risultano inoltre certamente precedenti la costruzione della seconda chiesa e potrebbero quindi risalire già alla tarda antichità.
Al di sopra di questo deposito, rimangono invece alcuni tratti di mura tura orientati E-W che potrebbero essere riferiti tanto ad edifici (ancora altomedievali ?) molto prossimi alla chiesa quanto ad una recinzione del sagrato e del battistero.
Il ritrovamento di numerose sepolture, realizzate in nuda terra e in loculi in muratura con coperture piane in lastre o a due spioventi in laterizio, conferma infine che tutta l'ampia area a meridione della chiesa, come già avevano indicato le tombe di tipo analogo rinvenute nel 1984 sotto la casa comunale, era destinata a cimitero (NSAL 1984, pp. 130-132).

Fase 3

L'impianto del secondo complesso ecclesiale fu profondamente trasformato da una serie di interventi che a causa della stratificazione disturbata e per la costante mancanza di reperti datanti possono essere ipoteticamente e genericamente situati fra XI e XIII secolo.
Abbattuta la facciata, la chiesa fu prolungata di ben lO metri verso occidente andando così a saldarsi all'edificio battesimale la cui abside - sicuramente conservata in alzato come attestano le lastre della nuova pavimentazione che ne contornano precisamente la base - veniva così a sporgere all'interno della navata.
Se questa soluzione strutturale, francamente insolita, sia stata dettata esclusivamente dalla necessità di ampliare
lo spazio destinato ai fedeli, senza dover modificare la chiesa in larghezza, o rifletta invece anche nuove e diverse esigenze liturgiche è problema non risolvibile sulla sola base delle evidenze archeologiche. Il prolungamento verso W della zona presbiteriale rialzata, testimoniato dalla costruzione di un muro trasversale contro il quale si arresta ad E il pavimento in lastre della navata, lascia comunque intuire che anche la zona riservata al clero fu coinvolta dall'intervento.
Alla medesima fase costruttiva forse risale anche un campanile a pianta quadrata, del quale è stata rinvenuta la massiccia platea di fondazione all'esterno del muro meridionale della chiesa, mentre ad un momento sicuramente successivo va invece attribuita una grande cappella eretta a ridosso del lato W del campanile stesso.

Fase 4

La densa sequenza edilizia del periodo medievale è conclusa da un'ulteriore e completa ricostruzione della chiesa, testimoniata da murature rinvenute nello scavo e da una parte del corpo absidale risparmiata dalla grande parrocchiale seicentesca.
Demoliti il battistero e la chiesa, salvo la grande cappella che fu ampliata a comprendere anche l'area della vecchia torre, venne costruito con lo stesso orientamento, e riutilizzando le fondazioni del precedente perimetrale N, un organismo a pianta rettangolare di m 39 x 18. La nuova chiesa, era costituita da una vasta aula unica con tetto in legno a due falde, terminata a E da un presbiterio
leggermente sopraelevato, ripartito in tre cappelle non comunicanti coperte da volte a crociera a sesto acuto. Sulla cappella centrale si ergeva una massiccia torre campanaria non molto alta, corrispondente a circa metà del campanile attuale.
Tanto l'essenziale impianto planovolumetrico quanto la tecnica muraria e la forma delle aperture situano la costruzione dell'edificio tra ultimi decenni del XIII e gli inizi del XIV secolo; datazione suffragata anche dal frammento di affresco primo trecentesco, raffigurante la deposizione del Cristo, che si conserva su una parete della cappella S dell'abside.
Merita sottolineare che questa chiesa, insieme a pochissime altre, è una delle isolate testimonianze in Lombardia dell'applicazione fuori dell'ambito conventuale di un modello costruttivo concepito ed utilizzato normalmente nell'ambito dell'edilizia degli ordini mendicanti a partire dalla metà del XIII secolo.

Le strutture fortificate bassomedievali

Se le ricerche dentro la parrocchiale e nella piazzetta hanno delineato una vicenda di trasformazioni di grande complessità e lunga durata, non insolita tuttavia nell'ambito di chiese di antica fondazione, il prosieguo dei lavori di rifacimento delle superfici di piazza ha rivelato, fin dalle prime battute, una situazione del tutto inattesa e di straordinario interesse per la ricostruzione della storia del castello.
Nel breve tratto di strada che corre tra il Comune e il sagrato della chiesa lo scavo per la posa dei nuovi servizi di sottosuolo ha infatti portato alla luce un lungo tratto di muro a scarpa orientato E-W, alto quasi m 4, che all'estremità orientale ripiega con una stretta curva verso meridione e scompare dopo pochi metri sotto la sede comunale. Dalla zona centrale della cortina aggetta il basamento di una porta-torre dal quale si articola verso S, attraverso un breve fossato, un robusto muro più tardo che si connette ad una grande struttura quadrangolare, anch'essa scarpata, identificabile con un rivellino.
Tanto la cinta quanto il rivellino, che presentano paramenti di notevole spessore, realizzati con grande cura in corsi regolari di ciottoli alternati a filari di mattoni, appartengono senz'altro ad una fase fortificatoria anteriore la riforma veneziana documentata dalle fonti scritte e sono comunque precedenti la costruzione dell'edificio quattrocentesco del Comune. Quest'ultimo appare infatti costruito sul basamento del rivellino, preventivamente raso alla sommità della scarpa ed è peraltro compreso entro la nuova cinta difensiva della metà del Quattrocento ancora ben descritta nelle mappe catastali napoleoniche.
Sulla scorta di questi primissimi dati e a scavo ancora in corso si può senz'altro affermare che già prima della ricostruzione operata a cavallo della metà del XV secolo il castello di Ghedi disponeva di un più ridotto ma robusto apparato difensivo che potrebbe essere assegnato - come suggeriscono le caratteristiche della cortina muraria - ad un intervento di adeguamento del più antico castrum compiuto nella seconda metà del XIV o agli inizi del XV secolo, durante il dominio visconteo.
Se questa cinta racchiudesse solo la pieve, il cimitero e l'abitato posto a settentrione della chiesa, oppure avesse un diverso percorso è un quesito che sarà presto risolto dall'avanzamento dei lavori e dell'indagine archeologica.

Andrea Breda

Le ricerche, dirette dallo scrivente e interamente finanziate dal Comune e dalla Parrocchia di Ghedi, sono state eseguite dall'archeologa professionista I. Venturini e per la Società Labus da P. Dander. Si ringraziano per la costante ,collaborazione allo scavo e alla documentazione R. Penocchio e D. Scarpella del Gruppo Archeologico di Ghedi.

 
 

 


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